Una nuova governance territoriale

Già nel 2011, la CNA lanciò l’allarme, sostenendo che ci trovavamo di fronte a una necessità non più rinviabile di riqualificare il territorio della regione e di procedere a una sua riaggregazione. Alla base di questa tesi c’era la consapevolezza che l’assetto amministrativo regionale (Comuni e Province) non era più adeguato a intercettare l’evoluzione delle tendenze negli ambiti sociali e economici.

La definizione di una nuova governance territoriale diventava, pertanto, il primo obiettivo da realizzare, partendo in primo luogo dalla transizione di un territorio regionale composto di piccole e grandi comunità locali.

Comunità che presentano, ancora oggi, un buon tasso di coesione e di benessere sociale (anche dopo questo lungo periodo di crisi) verso un altrove costituito da una popolazione sempre più caratterizzata da alti tassi di immigrazione, dal progressivo invecchiamento medio dei suoi abitanti e da un welfare sempre più difficile da garantire e da costruire.

Il nucleo della nostra analisi è rappresentato dalle crescenti difficoltà della politica nel governare il processo di adattamento dei territori nei confronti della forte accelerazione dei processi di modernizzazione in ambito socio economico. La nostra principale aspirazione era - e rimane - quella di rimodellare l’organizzazione territoriale della rappresentanza degli interessi economici alla luce di un nuovo modello emiliano-romagnolo. Guardando oltre il policentrismo e ripartendo dalle comunità operose che, seppur colpite dalla crisi, presentano ancora forti caratteristiche di protagonismo economico e sociale, dalla voglia di fare impresa alle loro virtù civiche.

La proposta di superamento del policentrismo avanzata dalla CNA prevedeva, già nel 2011, la realizzazione, in ambito regionale, di tre grandi piattaforme:

  1. la via Emilia, l’asse trasversale che da Piacenza arria a Modena;
  2. Bologna città metropolitana;
  3. la città Adriatica i cui confini si disegnano tra il delta del Po e Cattolica.

 

Un’idea forte e carica di suggestioni capace di andare ben oltre anche all’ipotesi della cosiddetta “provincia romagnola”.

Per la CNA di Ravenna rimane comunque suggestiva, strategica e attuale l’idea di definire un’area vasta che travalica i confini romagnoli per assumere quelli della città adriatica. Un’area funzionale che permetterebbe di pensare al coordinamento interprovinciale di diversi ambiti di politica pubblica locale (turismo, sviluppo economico, ecc.) svolgendo anche una funzione di orientamento per le azioni e politiche svolte da comuni e unioni comunali. Ipotesi che aprirebbe interessanti prospettive soprattutto in relazione allo sviluppo del distretto turistico che incide sull’area costiera regionale. Area che, per la prima volta, viene vista come un continuum fisico, amministrativo ed economico ricomprendendo, come ipotesi minimale, anche i comuni della costa della provincia di Ferrara.

La creazione dell’area vasta Adriatica, inoltre, è coerente anche con il disegno di riorganizzazione delle Camere di Commercio che incidono su questi territori. Questo progetto è già partito con l’accorpamento delle Camere di Commercio di Forlì–Cesena e Rimini ed è in fase di realizzazione con la possibile ipotesi di fusione delle Camere di Ravenna e Ferrara. A questo punto, per proseguire nel ragionamento, è bene aprire una riflessione sul capitolo del programma di mandato della Giunta della Regione Emilia-Romagna, riguardante il riordino istituzionale e le nuove funzioni regionali.

La valutazione che abbiamo espresso come CNA è che si tratta di un programma completo, interessante e di grande respiro di cui condividiamo l’impostazione generale.

E’ opportuno puntualizzare però che, sul punto del riordino istituzionale riguardante le Unioni e le fusioni tra Amministrazioni comunali, le nostre aspettative sono state in parte disattese. Soprattutto in riferimento all’impegno di portare, entro il 2019, il numero di Comuni presenti nella regione a 300 rispetto ai 340 attuali.

Come CNA abbiamo già espresso il nostro parere in merito al tema della riorganizzazione dei Comuni, valutando positivamente le esperienze delle Unioni, ma nella consapevolezza che, nella fase attuale, risulta più strategico favorire i processi di fusione tra le Amministrazioni comunali.

E’ importante puntare con più determinazione alla riduzione del numero complessivo dei Comuni presenti sul territorio anche se sappiamo che sarà un obiettivo complicato da realizzare. Ma è indispensabile farlo, soprattutto nell’ottica della prevista riorganizzazione degli Enti intermedi e dello snellimento delle loro funzioni.

Nonostante il contesto ravennate presenti in assoluto il numero di comuni più basso rispetto alle altre province emiliano romagnole (18 e tutti sopra i 2000 abitanti) anche per il nostro territorio si possono ancora aprire interessanti prospettive sia sul versante delle fusioni che su quello delle nuove Unioni. Di fronte a questi scenari, l’ipotesi di costituzione delle aree vaste in ambito regionale può aprire prospettive importanti sul versante della sperimentazione istituzionale, seppur in una situazione ancora di incertezza relativa alle loro funzioni e alle loro caratteristiche peculiari di Enti intermedi.

E’ bene evidenziare che, mentre per le città metropolitane sono chiaramente definite le funzioni anche di indirizzo strategico delle politiche economiche e sociali, restano ancora incerte le attribuzioni ai nuovi Enti di area vasta delle funzioni collegate allo sviluppo e al coordinamento degli investimenti per lo sviluppo del territorio.

E’ possibile, pertanto, che nell’ipotesi di una autonomia ridotta di questi Enti si nasconda l’insidia di affidarsi troppo a un assetto municipale ancora molto frammentato e scarsamente razionalizzato.

Alla luce di queste trasformazioni in merito alla governance istituzionale (nazionale e locale), è possibile il delinearsi di scenari inediti e di difficile interpretazione.

Scenari all’interno dei quali è probabile che trovino una collocazione più funzionale quelle realtà comunali più strutturate e meglio organizzate. Riteniamo, inoltre, che un alto livello di sviluppo dell’intercomunalità – attraverso un maggior ricorso ai processi di fusione e di unione – possa rappresentare la condizione indispensabile per mantenere alto il livello di autonomia degli Enti locali. Infine, è opportuno ricordare che nel prossimo mese di novembre saremo chiamati a esprimerci sul referendum costituzionale e, a seguito del risultato che si delineerà, si potranno avere due scenari contrapposti: uno con un quadro ancora più incerto dell’attuale con conseguenze difficilmente prevedibili, l’altro che introduce invece una svolta decisiva nei tempi e nelle modalità di attuazione della riorganizzazione amministrativa in ambito locale.

L’esito del referendum consegnerà in ogni caso una risposta in merito all’attuale confronto in tema di riordino istituzionale e aree vaste e, in caso di esito positivo, dovrebbe anche auspicabilmente lanciare una fase di intenso e operativo confronto Stato-Regioni su ciò che si vuole che le aree vaste rappresentino all’interno del nuovo ordinamento delle autonomie.

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